Sessanta e venti

 

     Fra le figure del mio parentado che ammiravo di più c'era quella del nonno paterno, Carlo.

     Uomo alto e solenne, viso roseo e paffutello dominato da un bel naso a campana, regolare, sotto il quale spuntavano due folti baffi che fuggivano a ricciolo sino al centro delle guance. Due sopraciglia foltissime e larghe che si baciavano in mezzo alla fronte e che incorniciavano gli occhi vivacissimi e severi. Denti bellissimi e forti che spuntavano dietro le labbra grosse e carnose che tentavano senza esito positivo di primeggiare su un mento massiccio e prepotente. Le mascelle sembravano liete di appoggiarsi su un collo taurino ed alto che coll'avanzare dell'età divenne rugoso senza riuscire a nascondere un pomo d'Adamo sempre mobile. Eretto nel busto da atleta, aveva due robuste e lunghe gambe mai colpite da malanni.

     Vestiva con una certa attenzione e sapeva usare una parola gradevole e dignitosa, convincente ed accarezzante tanto che nessuno avrebbe neppur lontanamente immaginato che la sua cultura si limitasse alla stesura di una traballante firma o poco più ed alla lettura del pianeta della fortuna che i poveracci o gli zingari gli offrivano quando dava loro una monetina a compenso dell'inchino o delle frasi di riverenza ricevute. Aveva la parola facile, lenta, solenne e persuasiva che incrementava ulteriormente il fascino che sapeva suscitare. Se quest'uomo avesse potuto studiare avrebbe certamente avuto spianata la strada della diplomazia; questa infatti fu la dote che il Signore gli assegnò ed egli ne fece la sua bandiera, usandola come vomere per aprire la strada dell'avvenire alla propria famiglia ed alla sua persona.

     Negli affari era gentile e grazioso, tanto che difficilmente si trovava nella condizione di dover offrire direttamente la merce: incatenando il Cliente con la dolcezza, lo costringeva a chiedere il privilegio di essere servito e di far uso della sua merce tanto decantata! Divenne proprietario terriero senza amare troppo la terra, ma i contadini andavano a gara per avere l'onore di affittare i suoi piccoli e magri appezzamenti che non avevano altro pregio se non quello di essere forse peggiori di tanti altri...

     Eletto e rieletto Sindaco, la sua importanza crebbe al punto che i ragazzi di scuola, istruiti opportunamente dagli insegnanti, lo salutavano con smisurato rispetto e tanto di cappello. Non era affatto superbo; sorridente, amava salutare volentieri i paesani sempre per primo, forse col proposito di essere ben ricambiato e certamente cullando in cuor suo il piacere di tanta riverenza. In Consiglio Comunale, fra una ciurma di individui della stessa sua cultura, calmo ed avveduto dominava; quando però si trovava al cospetto di qualcuno più erudito sapeva dissimulare la propria ignoranza chiudendosi in un opportuno silenzio, ascoltandolo attentissimamente, studiandolo bene con gli occhi al punto di incutere soggezione ed accarezzandosi i baffi per mascherare il disagio. Durante questi colloqui il suo cervello si metteva in moto e se l'argomento trattato era perso in partenza cedeva con dignità, dando comunque l'impressione di aver rilasciato una concessione straordinaria mossa da carità cristiana; se però intuiva che gli era possibile agitare le calme acque, allora cominciava l'aggiramento e ben raramente mollava la preda senza aver raccolto i frutti sperati!

     Era un bell'uomo, affascinante. La sua condizione di vedovo gli permetteva di cogliere allori anche nel campo sentimentale. Era un raffinato, ed a testimoniarlo furono le sue giovani conquiste e la vasta disponibilità di scelta che gli si offriva. Si alzava sempre di buon mattino perché appassionato di caccia ed in compagnia dei suoi cani percorreva chilometri e chilometri alla ricerca di selvaggina... e si diceva che ne incontrasse anche di desiosa dei suoi favori. La vita coniugale non gli fu benigna: la prima moglie morì pochi anni dopo le nozze lasciandolo solo con un bimbetto da accudire, mio padre; la seconda consorte scomparve poco dopo avergli dato la gioia di altri due figli... Tutte queste pene venivano allontanate ed affogata nella caccia, unico svago che si concedeva.

     Mi spiace di dover qui deludere amaramente i fautori della teoria dell'ereditarietà ma nessuno dei suoi tre figli, dei nipoti e dei pronipoti, che assommano a quasi una trentina di soggetti, ha avuto tramandata la sua diplomazia. Nessuno ereditò la sua passione per la caccia, che pur gli era grandissima, quasi morbosa...

     Era né avaro né prodigo; né generoso né taccagno. Aveva un buon senso di economia e certe larghezze le elargiva quando il farlo non gli costava troppo sacrificio. A noi nipoti, a parte qualche spicciolino in certe rarissime occasioni, si limitava a passare nell'estate-autunno qualche manciata di frutta che ormai era prossima a superare la soglia della giusta maturazione. La sua casa era in faccia alla nostra e ci divideva la sola strada per San Michele. Ogni tanto appariva sul suo ballatoio con qualche frutto in mano e ci chiamava con ostentazione, come se stesse per distribuire dei marenghi d'oro. Quando ci vedeva arrivare lanciava verso di noi quei frutti che inesorabilmente si sfracellavano tra le dita o contro il palmo delle mani, spruzzandoci il viso col loro succo vicino alla fermentazione che finiva ovviamente il proprio viaggio sui vestiti. I suoi impegni fruttaioli verso noi nipoti si limitavano a questi lanci catastrofici che non facevano altro che stuzzicare il nostro desiderio e ci costringevano a progettare difficili e furtive incursioni al suo grande frutteto, di cui era gelosissimo e che si trovava alquanto distante dalla sua abitazione ma ben difeso da un'alta rete metallica e da un cancello chiuso a chiave da un grosso lucchetto giallo. Quando sapevamo che il nonno era a cacciare e che gli zii erano impegnati nelle loro faccende, scavalcavamo la rete e facevamo man bassa di quanto ci era possibile. Siccome anche agli occhi del nonno il birichino ero io, ogni qual volta scopriva sull'erba i segni di un'incursione mi riservava in esclusiva la sua ramanzina, e ciò indipendentemente dal fatto che io ne fossi complice o meno.

     In un angolo del frutteto si trovava un'unica pianticella di albicocche, appiattita contro il muro di una casa confinante. A questa pianta il nonno teneva in modo particolare per tre precise ragioni: era ghiottissimo dei suoi frutti; questi erano particolarmente rari a causa delle avverse caratteristiche del terreno gargallese a tale coltura; non era mai riuscito ad assaggiarne uno a causa di un misterioso predone che gliele soffiava immancabilmente ogni anno sotto il naso con una calcolatissima precisione di tempo da far invidia ad un generale dalle cento vittorie! Naturalmente i dubbi cadevano sempre sul sottoscritto, ed ogni anno venivo sottoposto ad interrogatori di varie durezze durante i quali riuscivo a malapena a far emergere la mia innocenza. Questa circostanza mi infastidiva non poco ed ogni anno mi associavo volontariamente al nonno per scoprire il novello fantasma, ma puntualmente, dopo il misfatto, venivo accusato di doppio gioco, di collaborazione col nemico, di tradimento.

     Quell'anno il nonno perse le cosiddette staffe. Scoperti i rami spogli di frutta e saputo che da giorni perlustravo autonomamente la zona pur ben al di fuori del sacro recinto, non trovò di meglio da fare che modellarmi più volte una molleggiata verga di nocciolo là dove il sol tace. Le mie proteste non facevano altro che incitarlo a continuare... Quando finalmente riuscii a svincolarmi corsi verso casa per implorare giustizia da qualcuno, e lì incontrai mio fratello maggiore Alfio, al quale per scaricare la stizza raccontai per filo e per segno l'accaduto; questi dimostrò molta comprensione e si mise perfino a massaggiarmi le gambe per calmare il bruciore sinceramente impietosito per le mie giuste ragioni. Ma man mano che ripetevo il racconto dell'ingiustizia subita, accertato che il male andava via via alleviandosi, iniziò a lasciar trasparire un sogghigno divertito! Indispettito da qual cambio di atteggiamento stavo per allontanarmi, ma il sornione mi trattenne: Calmati, non fare tanto baccano... ormai è fatta... L'anno venturo andremo insieme... Ora la faccenda è finita: tanto vale strillare, no? Così dicendo trasse dalla tasca una manciata di albicocche e me le porse aggiungendo Te le sei meritate, poverino... Indennizzato, mi pacificai fino a Natale, quando ricevemmo la strenna che tutti gli anni i padrini, le madrine, i nonni ed i parenti stretti inviavano a noi ragazzi. Solitamente si trattava di un arancio, due mele e qualche nocciolina. Il nonno invece aveva la raffinatezza di inviarci un cartoccio nel quale si trovavano sempre delle monete destinate a noi due nipoti maggiori, essendo Franco ancora troppo piccolo. Era una sua mania, o meglio, un segno di distinzione di cui andavo sempre avvantaggiato per il fatto che io, nei confronti del fratello, ero anche suo figlioccio ed in quanto tale avevo per consuetudine una maggiorazione sulla quota. Nel cartoccio vi era immancabilmente un bigliettino in cui fissava la destinazione della somma acclusa; sovente io avevo diritto al doppio di Alfio per il riconoscimento padrinale. Quell'anno il fagotto risultava più voluminoso dei precedenti e con le monetine vi erano le disposizioni, scritte con la solita calligrafia saltellante e zeppa di errori; stava scritto: Nanfio sesanta centisimi e Virgili venti perche non toci piu le muniage! Tradotto suonava così: Alfio sessanta centesimi e Virgilio venti, perché non tocchi più le albicocche! ...

 

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