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L'ala della chioccia Chiedo
perdono per la mia eresia, ma ogni volta che ero costretto a recitare la
preghiera del Vi adoro il mio borbottamento si fermava alla frase …Vi
ringrazio di avermi creato… non certo per irriverenza verso il
Creatore, ma perché il mio pensiero ripescava alle grandi sculacciate,
agli abbondanti schiaffoni ed alle frequenti vergate che facevano parte
della mia alimentazione spirituale.
Il presente
capitolo si può considerare la continuazione del precedente, perché
l’argomento è identico e se l’ho scritto separato è per metterlo in
armonia col titolo e per dimostrare che a tutti gli altri educatori si
univano, anzi erano alla testa della processione, i genitori, severi
controllori delle azioni figliali.
Ritornando
al Vi adoro, mi chiedevo: Chi e che che cosa devo ringraziare,
se vivo continuamente fra le burrasche manesche e pedestre? Sia ben
chiaro che ritengo di essermele meritate e di non essere mai stato farina
per fare ostie, anzi… la mia irrequietezza e vivacità erano
un’autentica calamita per i mezzi di persuasione e non intendo per
questo rimproverare alcuno; solo ritenevo che se non fossi nato sarebbero
state pene e fatiche a me e ad altri risparmiate. Un giorno chiesi a mio
padre perché mai queste pene mi erano così abbondanti ed il buon
genitore rispose che ne avrei meritate almeno il sestuplo, ma che
comunque, a quei tempi, si usava quella severità per diversi motivi, tra
i quali il largo numero dei figli di ogni famiglia e le lunghe ore di
snervante lavoro necessarie per tirare avanti la famiglia. Un padre non
era un buon pedagogo se non usava la frusta o la cinghia dei pantaloni. La
stima da riservare ad un genitore si misurava sulla quantità delle
vergate che distribuiva alla prole: picchiavano tutti e nessuno voleva
dimostrarsi più debole di un altro, perché di tale peccato sarebbe stato
tacciato… Oggi che posso capire quanta e quale fatica faccia un genitore
ad usare tale sistema, comprendo quale prezzo costasse la sua reputazione.
Col papà si associava spesso e volentieri anche la mamma che, in questa
bisogna, ci metteva tutta la sua buona volontà ed il suo impegno. Non è
vero che i figli non amano i genitori che li allevano con severità
accompagnata da manesche ed anche pedestre punizioni a tempo giusto. E’
verissimo il contrario e se non fosse rubare spazio ad altri argomenti
potrei elencare migliaia di esempi. Non ho mai pensato con acredine a
quelle lezioni perché era ed è troppo fisso in me il concetto che i
genitori non usano mai mezzi pesanti per cattiveria. Oltre ai genitori
avevamo altri educatori già menzionati nel capitolo precedente ed
ai parenti si aggregava pure qualche conoscente. Si subiva senza
denunziare nulla ai genitori, perché con tutta probabilità si sarebbe
finito per guadagnare una razione supplementare di viatico… Il venerdì a casa nostra per i figli era giornata di doppia passione. Era la vigilia dei due grandi mercati frequentati da papà. Il pover’uomo era indaffaratissimo a classificare le scarpe che man mano gli operai a domicilio portavano in sede. Le paia su commissione venivano avvolte una per una in una carta sulla quale scriveva il nome del cliente committente per facilitare la consegna nell’eventuale ressa al momento del ritiro. Sfogliava di continuo carte e libretti per inviare al mercato i riassorbimenti; scrutava paia per paia il lavoro consegnato e molte volte il buon uomo montava su tutte le furie questo o quel particolare non era stato eseguito secondo le sue istruzioni precise. Separava le scarpe a seconda del mercato di destinazione, poi procedeva a porte in casse ferrate per spedirle a mezzo bagaglio ferroviario. Sovente qualche operaio si faceva attendere ed allora l’atmosfera si faceva, se possibile, più rovente: Tu corri da Luigi, ci ordinava quasi gridando, e dì che è un’ora che l'aspetto! Tu invece vai da Tonio e chiedigli se si vuol decidere a portare il lavoro. Tu vai di corsa a prendere un pacco di chiodi per casse del numero dieci… Cosa fai lì impalato?Vai di corsa e se fra due minuti non sei qui ti vengo incontro… ma ti faccio pagare il viaggio! Noi partivamo come un baleno e ritornavamo quasi sempre a tempo od almeno nella normale tolleranza. Chi portava la cassa alla stazione era una donna tanto robusta quanto noiosa e che esigeva puntualità sull’orario convenuto, costantemente le 16. Quando giungeva, se non trovava la cassa pronta si piazzava nel bel mezzo del cortile con la gerla di traverso su una spalla ed iniziava una serie di giaculatorie con un crescendo rossiniano tale da far crescere l’orgasmo paterno ed i peli della barba del biblico Giobbe. In questa girandola di operai, ordini, contrordini, corse ed eccitazione conditi coi borbottamenti della donna, si addensavano attorno alla testa di tutti nubi nere che non promettevano nulla di buono. L’elettricità si condensava lentamente ed andava in cerca di un parafulmine che immancabilmente era il più sprovveduto e meno scaltro della zona. Ogni venerdì alzandomi dal letto rivolgevo a dio Giove una sommessa preghiera: Fa che stasera, al ritorno su questo letto, sia riuscito a schivare la scarica…Ma Giove non mi dava retta ed alla sera lo insultavo minacciando dimissioni dal paganesimo. La sera di uno di questi venerdì arrivai a sedermi a cena senza che il temporale si fosse abbattuto sul mio capo. Si capisce che non dovevo essere troppo soddisfatto! Non mi pareva vero e giusto sedermi a tavola senza sentire qualche bruciore sulla pelle o qualche amarezza in cuore. Non mi trovavo nel mio ambiente! La cena era sul finire e la cara e buona mamma, a completamento del pasto, portò sulla tavola il solito colapasta pieno di castagne lessate. Dopo aver servito papà, posò in mezzo a noi il recipiente ed io, con occhi da esperto, andavo raccogliendo in esso i frutti un po’ raggrinziti perché più saporiti. Signorino, tuonò papà, se ne prendono un paia di manciate senza scelta alcuna, come fanno i buoni cristiani. Con scarsa educazione, con assenza di tatto e malcelato disprezzo allontanai leggermente il colapasta, sebben il desiderio fosse quello di dare una spinta più forte. Papà, cui non sfuggiva neppure la minima sfumatura, con uno scatto del retro dei ginocchi allontanò la sedia sulla quale era seduto ed ancora curvo balzò a brandire il bastone sapientemente parcheggiato al solito angolo del camino, nelle vicinanze della legna da ardere. Io, visto il fulmine, cercai di guadagnare la porta delle scale, ma la mamma, con uno scatto felino, mi prevenne in parte riuscendo ad afferrare al bordo inferiore la giacca che indossavo quando avevo già a mia volta il battente della porta a vetri che dava sulle scale. Mi dimenai come una vipera per tentare di guadagnare la libertà del cortile... Mentre la buona genitrice concentrava tutte le sue forze sull'orlo di quella giacca che, ormai in posizione orizzontale, stava tesa come la pelle di un tamburo, arrivò papà col bastone già alzato; lo calò con tale forza che l'indumento si divise perfettamente a metà, lasciando alla mamma la parte inferiore ed a me tutta la groppa, il bavero, le maniche ed i due pezzi anteriori a penzoloni a mo' di insegna di negozio d'alimentari. Spezzata quella specie di freno, mamma cadde riversa sulla scala mentre io, che non attendevo altro, riuscii finalmente a defilarmi inseguito dall'urlo della genitrice Me la pagherai, mascalzone! Pagherai tu la giacca!, ribatté il babbo rivolto alla consorte; Che necessità c'era di tenerla così tirata? Per forza, protestò la mamma, tirava come un dannato anche lui... E tu invece dovevi proprio dare una botta tale da rompere perfino la stoffa? Ero costretto, rispose papà; con la giacca tesa quel modo non potevo mica dare un semplice colpetto a quello screanzato! Non avrebbe sentito nulla... Cosa vuoi che abbia sentito quello là... Io sì che sento ancora gli effetti dei gradini della scala! Aveva ragione, povera mamma, io non avevo sentito un bel nulla all'infuori del crack della rottura. Si ritirarono in cucina e, ancora nervosi per l'accaduto, mandarono subito a letto i fratelli; io mi aggirai per un buon quarto d'ora intorno alla casa con il bavero della giacca che, sbilanciato dall'assenza della parte posteriore, si ostinava ad arrampicarsi sulla testa. Sbirciai fra le fessure delle finestre e dalle persiane e, con meraviglia, vidi papà e mamma chini attorno ai resti della giacca in loro possesso stesi sul tavolo: parevano due generali curvi sulla carta geografica della scorsa battaglia! Papà rideva di gusto e la mamma rigirava il pezzo di stoffa sul tavolo, sbottando ogni tanto anch'essa a ridere per far compagnia al marito e commentando con esso l'accaduto. Quando ridiventava seria studiava come avrebbe potuto riunire il pezzo alla giacca... Intuito il momento favorevole, mi avvicinai guardingo alla porta da dove ero poco prima malamente uscito e sommessamente chiesi il permesso di andare a letto colla garanzia di non subire ulteriori supplementi. Papà rifece a fatica la faccia scura aggrottando le ciglia com'era solito fare per dare un tono di gravità alla situazione e rispose: Te la darei volentieri l'aggiunta, ma te la risparmio; non certo per riguardo o clemenza, ma per risparmiare almeno le lenzuola e le lettiere!
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