Pedagogia

 

     La nostra scuola elementare si trovava sotto il Municipio. Era un’aula troppo piccola per contenere la settantina di scolari che la frequentavano in tutte le classi. I banchi erano messi a scalea, davanti alla cattedra del maestro, in modo che su quello posto davanti ci si sedeva quasi per terra, tanto che se il maestro avesse avuto bisogno di osservare un quaderno sul banco doveva mettersi in ginocchio o costringere lo scolaro a salire sul sedile per porgerglielo. L’ultimo in fondo alla parete, verso sud, era altissimo e solo con destrezza era possibile arrampicarvisi. Su quest’ultimo, logicamente, si sedevano i ragazzi più alti e più buoni che (ma guarda il caso) per essere tanto pacifici erano anche i più somari della classe. Là in alto non sono mai riuscito ad insediarmici, non perché fossi meno somaro degli altri, ma perché la mia vivacità non avrebbe permesso di lasciare tranquilla la scolaresca.

     Chi si trovava nella parte centrale di quel banco era una specie di tabù; il maestro non poteva mai arrivarci e per fare uscire quella specie di vitellone lassù assiso occorreva una messa in scena tale da far desistere ogni individuo, anche se pieno di buona volontà. Quando poi lo scolaro di quel posto chiedeva al maestro di uscire per qualche necessità generalmente riceveva un secco rifiuto: peggio per lui, doveva pensarci prima! Dopo vari contorcimenti il malcapitato si faceva coraggio e ripeteva la richiesta… Il maestro, accertato che il biancore del viso e la smorfia sulle labbra davano sufficiente garanzia per consentire il permesso, dava l’ordine di iniziare la manovra fra il divertimento generale di noi ragazzi e la sua seccata impazienza. Lemme lemme scendeva il più vicino al bordo del banco, poi il secondo, indi il terzo. L’interessato stringeva le mascelle e, per timore di fare qualche figuraccia, si muoveva più lentamente degli altri, anzi si trascinava sul sedile fino al bordo laterale e poi, aiutato da qualche compagno pietoso già a terra, scendeva come un rachitico scenderebbe dai ruderi del Partenone. Toccato il suolo, si muoveva più col tronco che coi piedi; come un coccodrillo ferito alla zampa si trascinava verso l’uscita, seguito dai nostri maliziosi desideri di vedere la frittata e dalle preoccupazioni del maestro.

     Quel bancone mi era molto simpatico, perché su di esso si sedevano le figure più caratteristiche in fatto di ottusità o, meglio, di semplicità. Tra questi ricordo un certo Baroli. Baroli, domandò il maestro una mattina, parlaci un poco di Cavour! Camillo Benso Conte di Cavour nacque a Torino il… e, mentre con gli occhi guardava il soffitto come per leggere la fatidica data, la mano innervosita stuzzicava la penna che si trovava nella cunetta alla sommità del banco; …a Torino nel… e trachete, la penna uscì dalla sua sede e cadde sotto il famoso bancone. …nel 1810! Si vede che la caduta della penna gli aprì la memoria, perché si infilò sulla giusta strada e sciorinò speditamente tutta la lezione. Solo che mentre una parte del cervello era concentrata al Cavour l’altra era indirizzata sulla penna ed alla preoccupazione di recuperarla. Vedemmo il Baroli rimpicciolirsi sempre più fino a scomparire sotto il banco, mentre la sua voce, man mano che il corpo si abbassava, aumentava di tono al punto che raggiunto il pavimento lo sentimmo gridare …fu un uomo di grande ingegno e lo dimostrò al Congresso di Parigi… Lo sentimmo annaspare in cerca della penna ribelle finchè, raggiuntala, iniziò a risalire lentamente e senza perdere una virgola di quanto aveva studiato continuando …quando gli affari di Stato lo lasciavano libero, si ritirava nella sua terra di Cavour… Riapparve sopra il banco, la faccia rivolta al muro ed il corpo assottigliato come quello di una vipera; giratosi, depose la penna nella cunetta e ritto in piedi, candidamente, continuò fra lo sbigottimento del maestro ed il divertimento mal celato di noi scolari: Morì a Torino nel 1861. Perché non sei morto anche tu nel 1861? gridò il maestro! Quella frase diede la stura ad una risata generale alla quale, non sapendo più che pesci pigliare, si unì anche l’insegnante. Il Baroli, sempre in piedi, sbalordito, guardava un po’ l’uno ed un po’ l’altro, scrutava incuriosito il maestro ed ancora oggi, scommetto, si chiede cosa avessimo da ridere tanto se Cavour era morto a Torino nel 1861.

     Erano i tempi in cui il sapere veniva compresso, da tutti gli insegnanti senza distinzione, con le busse, le vergate e sonori pugni. Il maestro in questione, per disgrazia nostra, era un uomo corpulento che si avvicinava ai due metri di altezza e che portava a spasso certe spallacce da incutere timore e rispetto. Era stato maestro dei nostri genitori e dei nostri nonni e per arrotondare il bilancio fungeva anche da segretario comunale. Di queste due professioni la seconda per i paesani era motivo di maggior riverenza, benché per lui fosse in effetti quella di maggior peso. Il maestro rappresentava per il paese la maggior autorità: era il consigliere di tutti, l’avvocato, il giudice, il capo del Comune e, non di rado, persino il medico. Lo ha detto il maestro! spesso si diceva, e spessissimo questa frase era per tutti una sentenza già passata in giudicato. Sentiamo il maestro! si accordavano due contendenti, ed il maestro, uomo veramente saggio, pronunciava la sentenza di condanna o d’assoluzione ed i due avversari si stringevano la mano a sancire la fine della vertenza e la soddisfazione di entrambi. Al maestro si levava tanto di cappello ogni volta che lo si incontrava e le donne piegavano il capo pronunciando un sommesso Riverisco signor maestro! Tutta questa devozione se la meritava per la sua serietà, la sua bontà e la sua umanità. A scuola era severissimo, tremendo; la sua voce ci faceva tremare. Faceva volare certi scapaccioni da stordire e state pur certi che nessun genitore si sognava di recarsi da lui a reclamare. Anzi, quelli che vi si recavano lo facevano esclusivamente per ringraziare, essendo opinione comune e diffusa che le vergate del maestro fossero benedette da Dio e dagli Apostoli.

     Come ho già detto, generalmente i più ottusi della scuola erano i più corpulenti, così come gli omaccioni sono solitamente più pacifici e più lenti. Per questo motivo o per gli immancabili lavori di fatica pomeridiani cui li sottoponevano i genitori al rientro dalla scuola, i poveri diavoli la mattina seguente non sapevano mai la lezione assegnata; allora su quelle povere schiene si davano convegno tutti gli arnesi che potevano capitare tra le mani del precettore: la riga della lavagna, la verga lunga, l’attizza fuoco del caminetto, la scopa delle pulizie… tutto faceva brodo, ed il brodo consisteva in un accecante polverone che usciva da quegli sbiaditi giacconi di velluto rigato cimelio del nonno partito per l’America, mai spolverati da allora e che pochi momenti prima erano serviti per contenere il mais appena sgranato, come coperta per il vitello malato, da giocattolo per il cucciolo del cascinale o da strofinaccio per il granaio.

     La specialità che il signor maestro aveva riservato al sottoscritto erano dei saporiti pugnetti elargiti con mano chiusa e recapitati sulla testa dalla parte delle nocche. Dissi che era imparziale, ma, siccome pare fossi proprio un bel discolo, non ottenni alcun risultato se non quello di accaparrarmi in esclusiva le noccioline di cui ricordavo l’amaro sapore ogni volta che passavo la mano in testa per calarvi il berrettino. Con tutta probabilità non me le forniva proprio ad ogni occasione in cui me le sarei meritate: avrebbe dovuto impiegare troppo tempo a scapito dell’insegnamento collettivo. Ma riempito il proverbiale vaso della sopportazione scaricava tutte le nubi con quelle manacce chiuse e le mie mandibole si serravano come per trattenere quel pezzo di anima che ancora era rimasta fedele al corpo.

     Quando, durante la vita che seguì, sentivo qualche madre rimproverare il consorte per aver osato dare uno schiaffettino, magari con due sole dita, al loro pargoletto asserendo che il percuotere la testa in quel modo rende scimunito il figliolame, il mio pensiero volava istantaneamente ai cazzotti a ciclo continuo dei genitori, a quelli scolastici, degli zii, del parroco. Questi ultimi erano sì domenicali e delle altre feste comandate, ma non meno rilevanti. In quelle occasioni infatti i buoni cristiani vanno in chiesa in cerca di pace e di distensione, nonché per ascoltare la parola del ministro di Dio invocante sopportazione, compatimento, tolleranza, indulgenza, perdono, pazienza e comprensione… Tutto molto idilliaco; peccato però che lo stesso predicante, terminata l’oratoria, scendeva in fretta e furia i tre scalini dell’altare colle orecchie più rosse del solito per somministrare personalmente a noi ragazzi delle prime file una buona dose dei suoi efficaci sistemi di convincimento circa i contenuti delle belle e fatue parole distribuite un minuto prima a tutto l’uditorio.

 

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